top of page

RACCONTI di VITA CRISTIANA: don Andrea e Leonardo

  • 4 ore fa
  • Tempo di lettura: 7 min

“Da quando sono stato ordinato sacerdote, 9 giugno 2012, ho sempre vissuto il mio servizio pastorale nell’ambito dell’oratorio e della scuola. 

Oltre al cortile dell’oratorio e alla vita comunitaria parrocchiale, le aule di scuola sono sempre state per me un luogo privilegiato in cui provare a mettermi al servizio dell’evangelizzazione dei più giovani. L’occasione dell’ora di religione, si è sempre rivelata una bella opportunità per mettersi in ascolto anzitutto delle loro domande e di quello che si muove nel profondo del cuore dei giovani. Ho sempre impostato il mio stare in classe non tanto per argomentare delle posizioni o delle verità a livello dogmatico, ma con il vivo desiderio di entrare in ascolto del loro vissuto e, partendo da esso, nel provare a descrivere la bellezza della fede e della vita cristiana. 

In questa semplice condivisione che affido alle pagine de IL FOPPONINO, provo a descrivere brevemente quello che in questi mesi sto vivendo presso il Liceo Scientifico “Vittorini” di Milano”.

 

“Non sono abituati a vedere scritte su un foglio certe domande.

E a vederle indirizzate a loro.

Così, in questi mesi, da quando entro in classe al Liceo Vittorini, ogni tanto, introduco il lavoro chiedendo di provare a rispondere sul quaderno a certe domande dirette, prima di alzare la mano per condividere il proprio pensiero con gli altri. Il momento in cui ti è chiesto di mettere per scritto determinate tue riflessioni e pensieri, ti aiuta a darne una forma più vera e meno “di pancia”.

Quasi sempre accade che mentre gli occhi scendono sul foglio qualcuno inizia a dire: “Don, ma io non so cosa rispondere”.

Altri fissano sistematicamente il vuoto.

Io tengo d’occhio le mie “sentinelle”, sono i “preferiti”. 

Ci sono in ogni classe e ogni docente li ha. Sono quei ragazzi e ragazze che se si muovono loro, vuol dire che è stato colpito il cuore della questione. Uno di loro è seduto in ultima fila. Distratto, con ancora addosso qualche

residuo del clima dell’intervallo, non sa da che parte iniziare. A un certo punto prende la penna e scatta, inizia a scrivere. Alcuni compagni stanno

parlando e confrontandosi tra di loro sulla domanda. Lui, secco, dice: “O raga, silenzio, che non riesco a scrivere!” Fra me e me dico: “Ci siamo!” Intanto giro tra i banchi chiamato dall’uno o dall’altra per i chiarimenti. Ma con la coda dell’occhio, guardo il fondo della classe. Continua a scrivere. Prima ancora di leggere quello che ha messo nero su bianco, mi godo quella mossa, quella decisione nata da chissà quale impeto del suo cuore. Ci sono delle cose in noi che non vedono l’ora di poter vedere la luce. Spesso basta una domanda, un mezzo sguardo, una provocazione e si apre un mare sommerso che uno nemmeno si immaginava di poter contenere.

Finita la lezione, ritorno in aula professori e inizio a leggere gli scritti dei ragazzi. Alcune risposte sarebbero da incorniciare. Molti parlano del fatto che, provata da varie situazioni, il tempo più bello che vivono è quando sono da soli. Altri invece, raccontano del primo innamoramento e della difficoltà che hanno nel gestirlo e, al tempo stesso, di come questo fatto riempia ogni istante della loro vita. Anche la mia “sentinella” scrive di questo e dice: “Non so perché, ma quando sto con lei, io sto bene!”. È il suo modo per dire di una corrispondenza, di una eccezionalità che si accende solo con alcuni e non con altri. Tra me e me penso che avremo un bel lavoro da fare per rispondere a quella domanda: “non so perché”, anche se averlo scoperto e scritto nero su bianco, è già una bella presa di coscienza da guardare fino in fondo.

Un'altra parla di come abbia imparato a trovare il positivo anche nelle vicende negative della vita. Sembrerebbe niente, una frase scontata per noi, ma conoscendo la sua storia, impressiona leggere un’affermazione come quella.

Più vado avanti a leggere e più mi accorgo del privilegio che ho nello stare con i ragazzi. Settimana dopo settimana, sembrano gli stessi, ma in realtà non è così.

La vera questione rimane il mio modo di entrare in classe, di stare davanti a loro e la mia capacità di prendere sul serio le loro domande. Spesso a bruciapelo mi chiedono: “Prof, ma per lei com’è?”.

Confesso che questa è la domanda che mi permette di rimanere un uomo.

 

Don Andrea


Mi chiamo Leonardo e, se dovessi racchiudere l’essenza di quest’anno in una sola parola, sceglierei senza esitazione “inedito”. È un termine che forse non basta a esprimere la portata di tutto ciò che sto vivendo, ma sicuramente rende l’idea di quanto questo periodo sia sorprendente, imprevedibile e fuori dagli schemi che mi ero immaginato. Non è un anno che avevo progettato nei minimi dettagli; anzi, spesso mi sono lasciato interrogare da nuove esperienze che mi hanno spinto, giorno dopo giorno, a rimettermi in discussione, a pormi domande profonde e a cercare risposte che forse non ho ancora trovato del tutto.

 

Prima di raccontare cosa mi ha portato qui, però, sento il desiderio di offrirvi uno spaccato della mia storia personale, perché credo che le radici di ognuno di noi dicano molto su dove siamo e dove vogliamo andare.

Sono cresciuto a Cimiano, un quartiere vivace nella periferia nord-est di Milano. È un luogo che conserva tracce di un passato ricco, ma che allo stesso tempo guarda al futuro attraverso la presenza di persone provenienti da ogni parte del mondo. Passeggiare tra le sue strade significa immergersi in una realtà fatta di volti, lingue e tradizioni differenti, che si intrecciano e si contaminano a vicenda. Da bambino mi bastava uscire di casa per sentirmi parte di un mosaico più grande, senza dover attraversare confini o prendere mezzi per raggiungere chissà quali mete lontane. In quel microcosmo ho imparato ad ascoltare storie diverse dalla mia, ad accogliere la ricchezza della diversità e a lasciarmi sorprendere da tutto ciò che era “altro” rispetto al mio piccolo mondo familiare. Questa apertura l’ho sempre sentita come un dono prezioso, qualcosa che mi ha permesso di guardare oltre la superficie delle cose e di nutrire una curiosità sincera verso l’umanità nelle sue molteplici sfaccettature.

 

Nel luglio 2025 ho conseguito il diploma al Liceo delle Scienze Umane, un percorso di studi che mi ha aiutato a sviluppare uno sguardo critico e profondo sull’essere umano, sulle sue dinamiche relazionali e, più in generale, sul senso dell’educazione. Le materie che ho affrontato mi hanno stimolato a pormi interrogativi sul perché delle cose, sulle motivazioni che ci spingono ad agire e sul valore delle relazioni autentiche, sia a scuola sia nella vita quotidiana, sia nella mia Fede. È stato un viaggio che mi ha messo di fronte a me stesso, alle mie fragilità e alle mie passioni, facendomi crescere non solo a livello intellettuale, ma anche umano.

 

La mia fede cristiana è un altro pilastro fondamentale della mia crescita. Fin da piccolo ho vissuto a stretto contatto con i miei nonni, quattro persone semplici ma profondamente autentiche, che con il loro stile di vita mi hanno trasmesso l’idea di una fede concreta, vissuta ogni giorno attraverso piccoli gesti e una fiducia incrollabile nel Signore. Osservando il loro modo di affrontare la vita, ho capito che la fede non è fatta di grandi proclami o di gesti spettacolari, ma è piuttosto una presenza silenziosa e costante, una forza che sostiene nei momenti difficili e accompagna anche nei giorni più ordinari. I miei genitori, invece, mi hanno guidato nei primi passi dell’iniziazione cristiana e mi hanno sempre incoraggiato ad aprirmi a nuove esperienze, sia all’interno della comunità parrocchiale sia al di fuori, spingendomi a non avere paura di mettermi in gioco e di accogliere le sfide con coraggio e curiosità.

 

Nel mio cammino ci sono state due esperienze che mi hanno lasciato un segno profondo. La prima risale ai tempi della terza elementare, quando ho iniziato a frequentare il gruppo dei chierichetti. All’inizio era soprattutto una questione di partecipazione, di sentirsi parte di qualcosa di importante. Con il passare del tempo, però, tra una Messa e l’altra, ho capito che quel servizio andava ben oltre il semplice svolgere dei compiti: era un’occasione preziosa per vivere una relazione personale con Gesù, attraverso la liturgia e il servizio all’altare. Da allora questa esperienza mi ha accompagnato nella crescita, fino a portarmi oggi al ruolo di cerimoniere, una responsabilità che vivo con gratitudine e consapevolezza, sapendo che ogni gesto, anche il più piccolo, può essere testimonianza di una fede vissuta con sincerità.

La seconda esperienza determinante è stata quella con i Salesiani, dove per cinque anni ho ricoperto il ruolo di educatore di un gruppo di preadolescenti. È stato lì che ho davvero compreso il significato profondo del prendersi cura degli altri: non solo come impegno formale, ma come scelta di vita, come desiderio di essere una presenza significativa per chi mi stava accanto. Ho imparato che la fede non si esaurisce nel rito domenicale o nel servizio liturgico, ma si concretizza soprattutto nelle piccole azioni quotidiane, nel modo di relazionarsi con gli altri, nell’ascolto autentico e nella capacità di donare gioia. La spiritualità salesiana mi ha insegnato che educare è prima di tutto saper essere presenti, saper ascoltare e condividere la gioia del Vangelo in ogni circostanza, anche nelle situazioni più semplici.

 

Quest’estate, dopo il diploma, ho sentito il bisogno di prendere una pausa dalla frenesia, di rallentare e concedermi un tempo di ascolto interiore. Non volevo correre subito verso l’università, ma piuttosto fermarmi per capire cosa stava realmente maturando dentro di me, quali desideri e quali domande stessero emergendo con forza. È stato proprio in questo tempo sospeso, fatto di attese e riflessioni, che mi è arrivata una proposta inaspettata: quella di diventare educatore nella comunità in cui sono cresciuto. Ho accolto questa opportunità come un dono, ma anche come una grande responsabilità: sento il peso e la bellezza di accompagnare altri ragazzi nel loro cammino, provando a restituire almeno in parte ciò che io stesso ho ricevuto.

 

Ora, in questo anno “inedito”, sto attraversando una fase di continua scoperta. Ogni giorno mi confronto con nuove sfide e possibilità, mi metto alla prova, imparo dagli errori e mi lascio sorprendere dalle piccole conquiste quotidiane. Sento che sto costruendo un pezzo importante della mia strada, fatto di relazioni vere, domande sincere e di un desiderio costante di crescere come persona e come cristiano. Non so ancora dove mi porterà questo cammino, ma sono certo che ogni passo, pur nella sua incertezza, sta arricchendo la mia vita di significato, rendendomi più consapevole di chi sono e di ciò che desidero diventare.                

 Leonardo Farina


 
 
 
Parrocchia Santa Maria Segreta

Milano

Copyright 2021 © Parrocchia Santa Maria Segreta, Tutti i diritti sono riservati.

Questo blog non rappresenta un prodotto editoriale, ai sensi della legge 62 del 7/3/2001.

  • Grey Facebook Icon
bottom of page