L'incoronazione della Vergine

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Notizie storico - artistiche

 

In Santa Maria Segreta di Milano - lo suggerisce il nome stesso - si nasconde un segno prezioso: è il segno tangibile della bellezza, qualcosa di antico e sempre nuovo che prende forma concreta nell’espressione d’arte. In Santa Maria Segreta si può farne esperienza: ammirando una rarissima pala d’altare del XV secolo attribuita al pittore campano Pietro Befulco e raffigurante L’incoronazione della Vergine tra i Santi  Giovanni Battista e Gerolamo e gli angeli del paradiso; oppure ascoltando un brano di musica sacra contemporanea, interpretato dal maestro Alessio Corti all’organo Tamburini (1986), tra i migliori di tutta Europa, o ancora partecipando alla Santa Messa celebrata dal parroco don Maurizio Corbetta, liturgista innamorato del rito ambrosiano e consulente spirituale degli artisti cattolici italiani.

 

La bellezza non è un semplice ornamento: la bellezza è il segno di qualcosa d’altro da cui essa prende origine. 

 

Osservando un quadro, ascoltando una melodia, lodando il Signore o più semplicemente facendosi sorprendere dal profumo di un fiore - come quello che in primavera inonda il sagrato della chiesa, affacciata sul giardino di magnolie di piazza Tommaseo - tutto a un tratto si comprende che la vita ha un senso e che l’universo vivente è mosso dal Mistero buono che fa tutte le cose. 

 

La presenza a Milano della pala tardo quattrocentesca del pittore salernitano Pietro Befulco, noto anche con il soprannome di Pietro Buono - celebrato artista della corte aragonese di Napoli - continua ad essere un rompicapo per tutti gli storici dell’arte che se ne sono occupati. Anch’essa, dunque custodisce un segreto? 

 

Studi recenti hanno individuato il contratto stipulato dal committente, il priore della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli, frà Martino de Frexinal dell’ordine degli Eremitani e il pittore Pietro Buono presso il notaio Cesare Malfitano. Era il 5 ottobre del 1492 e l’artista si impegnava a realizzare un retablo con l’Incoronazione della Vergine, sormontata da due pannelli raffiguranti Cristo alla colonna e Cristo portacroce (oggi a Napoli, al Museo e Real Bosco di Capodimonte) e da una lunetta con la Crocefissione (andata perduta). 

 

Quando e perché l’importante pala dipinta a tempera e olio su tavola e dalle ingombranti dimensioni (quasi due metri di larghezza) giunse a Milano, nell’antica chiesa di Santa Maria Segreta al Cordusio, resta ancora un mistero. Sicuramente ciò avvenne prima del 1809, quando la chiesa di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli venne soppressa e il monastero inglobato nel Complesso degli Incurabili. Più verosimilmente la pala giunse a Milano a metà del XVIII secolo, quando l’edificio religioso napoletano venne internamente rinnovato.

 

La Chiesa di Santa Maria Segreta non è sempre stata dove oggi si trova. Qui, nel quartiere chic di Porta Magenta, la Parrocchia fu trasferita nel 1909 e l’attuale edificio venne costruito tra il 1911 e il 1918 dall'architetto Augusto Brusconi, che si era ispirato alla più antica chiesa barocca, riedificata nel XVII secolo in piazza Cordusio. 

 

L’originaria chiesa di Santa Maria Segreta era sorta al tempo di Sant’Ambrogio dove si trova ancora oggi la via omonima, tra piazza Cordusio e via Meravigli, sulle rovine di un antico sacello romano dedicato a Cerere. Era una piccola edicola di culto che in latino si diceva, appunto, secretum e dal cui nome derivò il titolo di Segreta per indicare la fanciulla Maria di Nazareth che nasconde nel suo grembo il figlio di Dio, Gesù Cristo, la cui bellezza traluce anche dalla sofferenza. Nel 1911 l’edificio di Santa Maria Segreta venne demolito per permettere la costruzione del Palazzo delle Poste. La chiesa fu riedificata in piazza Tommaseo e riconsacrata il 16 maggio del 1935 

 

La pala di Pietro Befulco ha una grande ricchezza simbolica!

Maria Santissima è infatti della Trinità, Sposa, Madre e figlia: Sposa dello Spirito Santo, Madre del Figlio di Dio, Figlia del Padre celeste. Il pittore vuole esprimere questa triplice parentela attraverso il vestito; si nota infatti come Maria abbia lo stesso vestito del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Con una differenza, Maria non è Dio e, mentre Gesù al suo fianco è vestito come il Padre dello stesso damasco nero dorato, lei, essendo creatura, del vestito del Padre ne è semplicemente rivestita: è la “piena di Grazia”.

Notiamo inoltre come La Trinità sia resa evidente, in primo piano, dal cosiddetto “hortus conclusus”: uno spazio ben definito creato dal fuoco dello Spirito Santo. Lo Spirito stesso, comunione di amore del Padre e del Figlio, li avvolge a modo di conchiglia evidenziando così il tema principale, le figure protagoniste di questo quadro. Ma se consideriamo questo hortus conclusus una “conchiglia”, dobbiamo concludere che la perla di questa conchiglia è proprio lei: Maria, il cui volto luminoso appare in tutta la sua meravigliosa bellezza, e il cui vestito di damasco veneziano bianco con i ricami in oro, indica il senso vero della scena: Maria è incoronata non per essere regina, secondo il concetto umano del termine, ma come la creatura perfetta. La creatura che dicendo il suo sì al progetto di Dio è pienamente realizzata. Dio secondo il suo disegno d'amore ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità.(Ef 1,4)

Questo piano, rovinato dal peccato dell'uomo, si è invece completamente realizzato in Maria. Allora questo vestito bianco impreziosito dall’oro, non è semplicemente il vestito della verginità, ma il vestito di Dio, il vestito di sole dell’Apocalisse, il vestito bianco di coloro che stanno al cospetto di Dio, il vestito degli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello che partecipano in pienezza all'amore della Trinità. E ora la Trinità stessa la offre al nostro sguardo per dirci che Maria, Madre di Dio, è la più bella lode a Dio per lo splendore della sua grazia, è l’icona più preziosa della sua gloria, è il segno luminoso che come è Lei un giorno saremo anche noi. 

Le sue mani incrociate sul petto e il suo volto silenzioso, pensoso e raccolto ci indicano l'atteggiamento tipico di Maria più volte espresso nel Vangelo di Luca: “...e sua madre custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Sì, è proprio Santa Maria “Segreta”, come la dedicazione della nostra parrocchia, perché il segreto del suo cuore custodisce il dono più prezioso, il suo silenzio diventa capacità di ascolto e la generosità del suo cuore aperto diventa accoglienza obbediente del Figlio di Dio nel proprio grembo per accompagnarlo dalla nascita fino al martirio della croce. Il gesto delle mani sul cuore è poi sottolineato anche dal lembo del prezioso mantello bianco che la Madre di Dio  raccoglie e trattiene per coprire il suo grembo fecondo. Mi viene alla mente quel gesto misterioso e solenne dell’Annunciata di Antonello da Messina, una delle più belle rappresentazioni di questo evento, in cui la Madonna, splendida figura, icona stessa della femminilità, raccoglie con un gesto semplice ma significativo il suo velo quasi a nascondere il Mistero che in lei avrebbe dato compimento al piano di Dio, quasi a proteggere ciò che sente dentro di lei, il grande dono che Dio le ha fatto rendendo il suo grembo tabernacolo dell’incontro tra Dio e l’uomo, quasi a voler nascondere quell’umano turbamento suscitato da un annuncio tanto grande che riassumeva tutte le antiche profezie destinate alla “Figlia di Sion”.

Vediamo poi la figura del Figlio di Dio. Notiamo un particolare curioso: il Figlio di Dio indossa il pallio. Il pallio è quella striscia di lana d'agnello che il Papa e ogni arcivescovo metropolita indossano durante le celebrazioni solenni. E’ segno del buon pastore che porta gli agnellini sul petto e conduce le pecore madri. Ora Gesù identificato qui con il palio come il sommo sacerdote della lettera agli ebrei che, entrando una volta per tutte nel tempio, offre se stesso come vittima, offre così l'unico, perfetto, definitivo sacrificio che pone compimento ad ogni culto antico. “Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso.” (Ebr 7,26-27)
 

Ci sono poi altri particolari curiosi che suscitano delle domande: Perché Maria è incoronata da Dio Padre con una mano sola mentre Gesù la incorona con tutt’e due le mani? Perché il pittore ha voluto evidenziare i piedi nudi di Gesù? 

Mi rendo conto che l’interpretazione a posteriori è sempre difficile e quindi rischia di essere un po’ forzata in qualche punto, ma mi piace pensare che il Padre abbia comunque tenuto una mano che incorona e l’altra benedicente con il segno tipico delle 3 dita a indicare il Mistero trinitario. Il Figlio incorona con le due mani per indicare che nella figura gloriosa di Maria riconosce la Madre e la Sposa. Incorona dunque la Madre che “tutte le generazioni chiameranno beata” e la Sposa-Chiesa, Suo Mistico Corpo, alla quale  ha dato tutto se stesso, “per renderla santa, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata”(Ef 5,26).  Significativo a questo proposito è lo splendido mosaico di Santa Maria in Transtevere a Roma dove il Cristo abbraccia la Chiesa, sua sposa, seduta sullo stesso trono con Lui, mentre in mano tiene un cartiglio con la scritta: “Vieni o mia diletta, siedi accanto a me in trono”. La Sposa, al suo fianco, tiene un altro cartiglio con un versetto del Cantico dei Cantici: “Laeva eius sub capite meo et dextera eius amplexabitur me” (La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia).  (Ct 2,6 e Ct 8,3)

Per quanto riguarda la seconda domanda sui piedi nudi di Gesù penso si possa far riferimento alla sacralità del luogo. Ricordiamo l’invito di Dio a Mosè nel libro dell’Esodo: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». (Es 3,5) E l’iconografia musiva del meraviglioso Duomo di Monreale raffigura l’immagine del Creatore mentre crea ogni creatura dei primi cinque giorni della creazione con i sandali ai piedi mentre il sesto giorno, quando crea l’uomo, la creatura a Sua immagine e somiglianza, di poco inferiore agli angeli, il Creatore si toglie i sandali.

Notiamo ancora la grande figura di Giovanni Battista che indica, nella sua posizione iconografica tra le più diffuse nella storia dell'arte, il Figlio di Dio “l’Agnello che toglie il peccato del mondo”, il Battista nella sua veste di Precursore del Messia lo indica: “come Colui che deve crescere e io diminuire” “Colui che viene dopo di me, ma sta davanti a me”, “colui che rende testimonianza dicendo “non sono io il Cristo”. Il suo gesto indica anche, parallelamente, il libro della Parola di Dio che tiene nelle mani l'altro Santo che gli sta di fronte: San Girolamo. Questo eremita, stabilitosi a Betlemme nell’anno 386,  è famoso per essere il traduttore della Bibbia in lingua latina (la Vulgata), per cui ci pone davanti un libro aperto e lui stesso, con un indice, sembra segnare una frase, una parola, quasi a dire ora il libro è aperto puoi leggerlo direttamente è nella lingua che conosci. La tradizionale iconografia poi ritrae Gerolamo con il leone, animale che avendolo curato, gli rimase fedele.

L'ultimo particolare lo possiamo notare sopra la grande colomba dello Spirito Santo. Sembra che il pittore abbia voluto lasciarci un segno premonitore della passione dipingendo in modo appena accennato 3 chiodi rossi.

E infine il paradiso! È un paradiso pensoso, stupito, meravigliato! È un paradiso che imita Maria nella meditazione, nell'ascolto, nel silenzio, nello stupore. Non è una scena trionfale quella a cui noi stiamo assistendo, ma  un paradiso che non è indifferente alla realtà della terra. E’ come se cielo e terra fossero riuniti da questa immagine straordinaria che ne colma, con la sua bellezza, la distanza.

Questo coro angelico, che canta la lode di Dio, estasiato della luminosa bellezza che emana dal volto della Vergine Maria, diventa con Lei, intensa intercessione alla Divina Misericordia perché ogni supplica, ogni invocazione, ogni umana sofferenza sia portata sull'altare del cielo davanti alla Maestà Divina perché sia da essa ascoltata, confortata, esaudita. La “benedetta” e la “bellissima, come dice il Cantico, tra tutte le donne,  Colei  che “che sorge come l'aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come un vessillo di guerra” (Ct 6,10) immagine cantata non solo dalla pittura ma anche dalla musica (vedi Vespro della Beata vergine di Monteverdi)  e dalla poesia (vedi inno di Manzoni al Nome di Maria), sta davanti a noi e intercede per noi, come la biblica regina Ester, preso il trono di Dio. La visione gloriosa di questo Paradiso fa sorgere in noi il desiderio della meta: la meravigliosa Città del Cielo, la Gerusalemme nuova verso cui aspirano tutti coloro che sono alla ricerca di una patria migliore, noi pellegrini di questa terra che, come dice la lettera agli Ebrei,  camminiamo desiderando questa Patria.

Guardando dunque questa meravigliosa scena abbiamo ancora di più la certezza che questa promessa è autentica, che questa nostalgia di cielo che sta nel cuore dell’uomo non è una fatua illusione, ma una preziosa eredità da condividere, che questo desiderio di infinito non è meta impossibile, ma vittoria definitiva sulla morte. Questa liturgia celeste cantata dagli angeli musicanti, la liturgia della comunione dei santi, eleva il nostro cuore e fa risuonare anche in noi quel canto che purtroppo troppe volte si assopisce. Anzi, possiamo dire persino che questa è l’icona della vera liturgia che ci libera dall'agire comune e ci restituisce la profondità e l'altezza, il silenzio e il canto. La vera liturgia si riconosce dal fatto che è cosmica, non su misura di un gruppo. Essa canta con gli angeli. Essa tace con la profondità dell'universo in attesa. E così essa redime la terra! Sì Maria è l’immagine stessa della Chiesa: della Chiesa che prega, loda, invoca, supplica che eleva allo Sposo il suo perenne “Magnificat”!

E’ un paradiso che ci presenta solennemente la perla dell'umanità: la tutta bella, la Tota pulchra, (cfr Ct 4,7) così che guardando lei possiamo davvero chiamarla con gli splendidi titoli della bellissima preghiera che la pietà cristiana ci ha consegnato e che troviamo iscritta a grandi caratteri sul cornicione della nostra chiesa parrocchiale: “Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu sei la gioia di Israele, tu sei il magnifico vanto del nostro popolo”!