Russia 2018

Pellegrinaggio in Russia 2018_1
Pellegrinaggio in Russia 2018_1

Pellegrinaggio in Russia 2018_2
Pellegrinaggio in Russia 2018_2

Pellegrinaggio in Russia 2018_3
Pellegrinaggio in Russia 2018_3

Pellegrinaggio in Russia 2018_1
Pellegrinaggio in Russia 2018_1

1/3

Viaggio in Russia agosto 2018

 

Scrivi le tue impressioni su questo pellegrinaggio in Russia…, panico…, no grazie…, non posso…, non ho tempo …altri sanno scrivere molto meglio di me…

 

Poi ne parli con i tuoi compagni di viaggio, guardi le foto, e man mano i ricordi affiorano, le impressioni si fanno pi  nitide e le fai emergere, prima di tutto per riviverle.

Ti accorgi che quando fai un viaggio la vita diventa quel viaggio, quei momenti, non c’è  un prima, non pensi ad un dopo, l’unica realtà  sono le persone che viaggiano con te ed i luoghi che vedi, lasci a casa il resto, te ne stacchi.

 

E quando torni il viaggio ti resta dentro per un po’, continui a riviverlo nella mente, diventa man mano parte essenziale di te, perch  comunque sia andata, è risaputo, chi torna da un viaggio, non è più quello che è partito, siamo abitati dai viaggi che facciamo.

Hai assimilato luoghi, colori, sapori, hai riso e condiviso emozioni e sensazioni con chi era con te, con quelle persone, alcune delle quali prima non conoscevi, che per 10 giorni sono diventate il tuo piccolo mondo familiare.

Viaggiare per me è essenziale, è un fondamento della vita.

Amo tornare in un paese dopo qualche anno, cogliere aspetti che prima non avevo notato, rivedere ciò che mi è piaciuto e tralasciare altro, osservare i cambiamenti avvenuti nel frattempo.

Ritorno a san Pietroburgo dopo 15 anni ed il suo fascino è rimasto. Ripulita per i mondiali di calcio, sulla Prospettiva Nevskij ci sono i negozi delle grandi firme come in una qualsiasi città europea; anche la gente va di fretta, ventiquattrore e cellulari alla mano, tanti giovani e turisti, strade e tavolini dei bar affollati. La sera è ben illuminata ed è piacevole passeggiare. È una città voluta e progettata duecento anni fa quale capitale da Pietro il Grande, ma che non ha portato fortuna agli zar che vi hanno abitato: Alessandro, Paolo e Nicola, tutti scomparsi tragicamente.

È una città resa grande dalle zarine, Elisabetta e Caterina, e dall’opera dei grandi architetti italiani, Rastrelli, Rinaldi, Quarenghi e Rossi, che hanno dato un aspetto armonico ed elegante al suo centro ed ai palazzi, alle sue vie ed ai suoi canali.

Ma basta allontanarsi dai suoi viali centrali, dai bellissimi edifici e dalle stupende chiese, e la realtà cambia, grandi caseggiati tristi e grigi degli anni di Stalin, Krusciov e Breznev, nei quali le persone vivono in pochi metri e dove esiste ancora qualche famiglia che coabita.

E i garage costruiti in blocchi, a distanza anche di centinaia di metri dalla casa, perch  prima non erano stati previsti e quell’impressione di case nate subito vecchie e trascurate, così contrastante con il centro.

Dopo due giorni intensi di visite, lasciamo San Pietroburgo, diretti al nord, ci immergiamo nell’altra Russia, quella meno nota. Dormiamo sul treno, lascio aperte le tendine perché voglio vedere fuori, la notte fonda, ogni tanto le luci delle stazioni dove il treno si ferma, i sobbalzi quando attraversiamo gli scambi, poi di nuovo buio e finalmente l’alba, gli alberi che man mano escono dall’ombra, il cielo che si schiarisce.

Arriviamo a Kem, già pronti per l’imbarco per le isole Solovki, poste a 160 km dal Circolo Polare Artico, il cielo ora è grigio, giusto preludio di ciò che vedremo.

Sono una turista, altri prima di me sono stati qui ad aspettare l’imbarco per le isole con tutt’altro spirito, per me la curiosità, la voglia di vedere e sapere, per loro dolore, rabbia, solitudine e disperazione.

Una donna del personale in servizio dell’aliscafo su cui stiamo per imbarcarci grida in russo disposizioni e avvisi per la navigazione, non capiamo niente, sorridiamo di questo, ma il suo tono concitato mi fa pensare ad altri ordini che un tempo qui venivano impartiti, ad un “lasciate ogni speranza voi che da qui partite”.

Il salmo della liturgia delle ore letto al mattino parla di esiliati e deportati, e non possiamo non rilevarlo.

La principale isola Solovki ha un monastero – ora in restauro, ma di nuovo tale -, che nel 1920 è diventato un gulag, chiuso poi nel 1939, prototipo dei 384 gulag che esistevano nell’Unione Sovietica, - impressionante la mappa con la loro ubicazione esposta al locale museo -, sistema ideato da Lenin per punire e rieducare e perfezionato da Stalin. Prima sede di misticismo e spiritualità, quasi un paradiso, poi luogo di martirio e atrocità, un inferno.

Le guide raccontano la storia, ci portano sui luoghi di prigionia, del lavoro forzato, delle esecuzioni, poi al museo con le testimonianze della vita dei prigionieri e i filmati di propaganda confezionati per falsare la realtà: ci accompagna una sensazione di angoscia e tristezza.

Ma siamo un bel gruppo, e sul pullmino sovietico, probabilmente un residuato bellico, tra continui sbalzi per le buche e le curve, con l’impianto di aria calda/fredda che non funziona, le occasioni di battute e risate non mancano.

Lasciamo Solovki alle 5 del mattino – eravamo in un bell’hotel dove sembrava di essere tra le baite in montagna – senza riuscire a staccare gli occhi dalla visione del monastero, riflesso nelle acque del mare ed avvolto nella nebbia mattutina che dirada, che man mano si allontana.

Attraversiamo la Carelia fino alla sua capitale Petrozavodks, città nata a servizio della costruzione di San Pietroburgo, e poi diventata sede di fonderie.

La Carelia è una regione che è stata a lungo contesa fra Russia e Finlandia, geograficamente divisa fra entrambe dopo la seconda guerra mondiale, divisione che non ha riguardato solo il territorio, ma, cosa ben pi  grave, le famiglie.

Lungo la strada sostiamo a fotografare un bellissimo monumento che ricorda i caduti di questa terra: due madri che si abbracciano con tra loro, in mezzo, una croce: toccante.

La strada corre dritta per chilometri in mezzo alla taiga, filari di pini, abeti e betulle, sembra infinita, una striscia grigia tra il verde e all’orizzonte il cielo. Poi qua e là uno squarcio improvviso tra gli alberi e appare un lago: un paesaggio di serena bellezza.

Le case sono per la maggioranza di legno, e sembrano testimoniare il decreto di Pietro il Grande che aveva disposto che la pietra fosse usata solo per la sua capitale.

E torniamo a immergerci nella bellezza con la visita dell’isola di Khizi e delle sue chiese in legno “senza chiodi”, dei suoi edifici, testimonianza della vita contadina di un tempo, accompagnati a mezzogiorno da un concerto di campane.

Poi ancora l’isola di Valaam con i suoi monasteri, il parco Ruskeala, nato tra le cave utilizzate per la costruzione dei palazzi di San Pietroburgo.

Riprendiamo il treno, stavolta di pomeriggio, per tornare a San Pietroburgo, ci accompagna il tramonto, belle chiacchierate e risate, e ceniamo sul treno al sacco con posate ……stuzzicanti.

Ci aspettano la crociera sui canali, la visita della Fortezza di San Pietro e Paolo, e per chiudere in bellezza uno splendido viaggio, l’Hermitage.

È stato un viaggio nel passato zarista e sovietico della Russia, di grande interesse storico, culturale e religioso, testimoni della sofferenza di un popolo, delle guerre che lo hanno ferito, della sua anima. Abbiamo visto la Russia moderna della grande città e quella delle cittadine di campagna e delle isole, approfondito la storia di un popolo che in due secoli è passato da una socieà di nobili e servi della gleba, a grande potenza industriale mondiale, che nello stesso periodo ha sviluppato una sua arte al passo con l’occidente ed anche all’avanguardia, come testimoniato dalla visita al Museo Russo, che dal niente, in una zona paludosa, ha creato la grandiosità di San Pietroburgo, che ha conservato la fede, nonostante le persecuzioni, che ha vissuto grandi tragedie e che tuttora rimane un mistero.

È  stato un viaggio desiderato da tempo da chi lo ha proposto e ideato, per il quale la Provvidenza ha voluto che ci fosse un accompagnatore professionista di grande umanità e cultura, che ampliava e arricchiva le spiegazioni delle guide locali, alternandosi con il parroco, che chiamava simpaticamente “l’esteta”, e con lui dibattendo, da buon bergamasco, su quale tra il rito romano ed il rito ambrosiano fosse da preferire.

È stato un viaggio costruito da persone di parrocchie diverse, alcune incontratesi per la prima volta in tale occasione, che in armonia e semplicità, hanno saputo creare un gruppo affiatato e sereno, con il quale spero di viaggiare ancora ovunque.

 

Bea

 Leggi tutte le news