Friuli 2018

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Viaggio in Friuli - ottobre 2018

 

Santa Maria Segreta …. ho saputo che esisteva a Milano una chiesa con questo nome nella primavera del 2017: un bel nome e quel “segreta” che, senza conoscerne la storia, mi ha subito attratto, ricordandomi quel passo del Vangelo “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”.

Il segreto nel cuore di Maria.

E adesso sono quasi “di casa”. È l’alba del 2 ottobre, dopo l’Austria e la Russia, si riparte terzo viaggio del

2018 con questa parrocchia. Diversi fili legano gli ultimi viaggi, che si collegano l’uno all’altro in un continuo richiamo, intrecciando un ricamo di arte, storia, fede e persone.

Ci sono amici da tempo, persone conosciute quest’anno e altre che vedo per la prima volta, parrocchiani di Santa Maria Segreta e di Rovello, soci del Tralcio, e altri, e Marco, mitico bravissimo autista: un bel gruppo.

Si torna in Friuli, dove, con la visita del borgo di Venzone, uno dei più belli d’Italia, era cominciato il viaggio in Austria e ad alcune delle sue grandi abbazie.

Venzone, che rimandava al viaggio del 2017 nella Sicilia Barocca, ora pi  nota come “luoghi di Montalbano” perché un episodio di quella serie è stato girato qui.

Godere il sorgere del sole, rifare la stessa strada, lasciar correre lo sguardo prima le Prealpi lombarde, la torre di San Martino della Battaglia, il Mincio, i Monti Berici e da Padova la distesa della pianura, ed entriamo di nuovo in

Friuli: che bello il paesaggio italiano.

Prima tappa Sesto al Reghena, Abbazia Benedettina di Santa Maria in Silvis: fondata intorno al 735 dopo Cristo, da tre nobili longobardi, distrutta dagli ungari nel 899 e poi ricostruita. Appartenne al Patriarcato di Aquileia ed alla

Repubblica di Venezia, come testimonia il leone di San Marco dipinto sulla torre d’ingresso, ultima rimasta delle sette torri di difesa originarie, attraverso la quale entriamo. L’aspetto   quello di un castello medioevale, anche se il ponte levatoio sul Reghena non c’è più da tempo. E ci troviamo in un bel cortile, una piazzetta medioevale, con al centro il campanile, isolato, risalente al XII secolo.

A destra l’ex residenza dell’abate, ora municipio, e, a seguire, nascosto sotto un porticato, con da un lato una loggetta e dall’altro la scala che porta al salone abbaziale, l’ingresso della chiesa. La giornata è serena e possiamo ammirare i colori degli affreschi delle facciate, ed essendo gli unici turisti presenti, godiamo il silenzio che accentua la spiritualità del luogo. Per entrare nella chiesa prima si attraversa il vestibolo, che ha sulla controfacciata un affresco  con san Michele Arcangelo, e sulle pareti a destra il paradiso e a sinistra l’inferno, e siamo all’interno della stessa di forma romanico bizantina, a tre navate, decorata da un ciclo di affreschi della scuola di Giotto.

Lo sguardo corre in fondo al quel presbiterio sopra elevato sulla cripta, all’altare dove c’è il centro di tutto. Il presbiterio   bellissimo, in particolare l’affresco che raffigura l’albero mistico, il Lignum vitae, poi le storie di San

Benedetto e San Pietro, l’incoronazione della Madonna.

La cripta ha tre tesori il bassorilievo dell’Annunciazione, l’urna di Sant’Anastasia e una Pietà in legno ( Vesperbild ) del secolo XV.

Questa parola significa letteralmente “immagine del tramonto” o del vespero, indica delle piccole sculture, di origine bavarese – salisburghese (una l’avevamo vista a Venzone ad aprile, un’altra la vedremo il giorno dopo nel

duomo di Cividale) che rappresentano la Madonna seduta che sostiene il corpo rigido di Gesù, statue intorno alle quali ci si riuniva la sera per il vespero.

Sostare a fine giornata davanti a Maria con il Figlio morto in grembo, il viso devastato dalle lacrime che scorrono per il dolore e per il senso di abbandono e di vuoto che si prova, e recitare i Vesperi che si concludono con il Magnificat in un atto di affidamento totale a Dio, di sé e della giornata trascorsa, confidando nella Sua potenza e misericordia. Toccante.

Ci spostiamo a Passariano, per la visita di Villa Manin appartenuta all’ultimo doge di Venezia, sono visitabili poche sale, ma il suo splendore è l’imponente facciata esterna con le barchesse e i porticati, un vero gioiello.

I Manin, potente famiglia di banchieri fiorentini ( Manini ), fuggita in esilio in Friuli e sostenitrice della Serenissima Repubblica nella lotta contro il Patriarcato di Aquileia per il controllo del territorio, che finanzia la costruzione

di chiese e palazzi, e ottiene prestigiose cariche, fino a quella più alta di doge con Lodovico, al quale, per triste destino, toccherà con la firma del Trattato di Campoformio, cedere Venezia all’Austria, decretando la fine della plurisecolare storia della Serenissima.

Poi, attraversando il lungo ponte che dal 1936 la unisce alla terraferma accompagnati da un bellissimo tramonto e recitando i vespri, arriviamo a Grado, dove alloggiamo unici e ben serviti ospiti dell’hotel.

3 ottobre: è una splendida giornata di sole, lasciamo Grado e riattraversando il ponte, giungiamo all’Abbazia di Rosazzo. Sorge in bella posizione su un’altura, circondata da colline con filari di viti, dalla sua terrazza, che domina il territorio circostante, si gode un bellissimo panorama. Sorta intorno all’anno mille, romanica, appartenuta ai canonici agostiniani, ai benedettini e poi ai domenicani, porta i segni delle diverse ristrutturazioni che si sono susseguite e ora è un centro culturale, ma conserva intatto il suo fascino di invito al silenzio

ed alla preghiera.

Arriviamo a Cividale, città patrimonio dell’umanità. Curioso il fatto che il suo antico nome romano, Forum Iulii, sia diventato il nome della regione “Friuli” sotto i Longobardi mentre la città, capitale del primo ducato, diventò Civitas

Austriae (città orientale) e da qui Cividale. Due cose si ricordano della città: la prima è la leggenda del ponte che si narra fu costruito in una notte dal diavolo, in quanto i cittadini non riuscivano, che in cambio chiese la prima anima che avrebbe attraversato il ponte e si trovò con un animale. La seconda è il meraviglioso tempietto longobardo, risalente all’VIII secolo, cappella del Convento benedettino di Santa Maria in Valle, splendida testimonianza di arte e fede. Dopo un buon pranzo, concluso dalla Gubana, specialità dolciaria cittadina, arriviamo ad Udine.

Giro panoramico, sosta sulla bella piazza Libertà e poi al Palazzo Patriarcale, ora Museo diocesano con le sale affrescate dal Tiepolo e la bella biblioteca.

Vederlo era il mio sogno, spero che ci sia un’altra occasione, ma ho dovuto rinunciare, aspettando il gruppo nel bellissimo duomo, scrigno di opere d’arte, e contemplando la cappella del Santissimo Sacramento, dipinta sempre dal Tiepolo. Messa serale nell’oratorio della Purità, a lato della Cattedrale. Anche qui ci sono opere dei Tiepolo, padre e figlio, il primo ha dipinto sul soffitto l’Assunta e sull’altare l’Immacolata, l’altro ha realizzato i monocromi sulle pareti con episodi del vecchio testamento.

4 ottobre, oggi Trieste. Costeggiamo il mare, panorama mozzafiato, cielo terso, rocce a strapiombo, mare calmo e gabbiani in volo. Prima tappa il Castello di Miramare, in posizione stupenda, con un bellissimo giardino. E qui

ci ricolleghiamo al viaggio a Vienna, là Francesco e Sissi, qui Massimiliano e Carlotta. Massimiliano, sapevi che non saresti mai diventato imperatore, ma non volevi vivere nell’ombra di tuo fratello, così come tuo padre mai salito al trono, eri giovane, ti hanno lusingato, ti sei lasciato conquistare, sembrava fosse facile, diventare imperatore del Messico, assieme alla tua Carlotta, regalarle un sogno.

 

Volevi un governo illuminato per quel paese, ti sei trovato in mezzo ad una guerra civile, abbandonato da quel Napoleone III che per i suoi interessi commerciali ti aveva spinto in quell’avventura. Abbiamo la fortuna di vedere

una mostra multimediale che parla di come il pittore Manet, pur non avendo mai incontrato Massimiliano, fosse indignato per la vicenda e abbia denunciato con i suoi quadri le responsabilità dei francesi.

Visitiamo Trieste, città della Mitteleuropa. Nella sua Piazza dell’Unità d’Italia, si respira la stessa atmosfera malinconica da Belle Epoque che c’era a Vienna, che c’era a Budapest, che riporta a fine ottocento quando l’Impero asburgico al suo tramonto, quando la città era il porto di Vienna, ed i caff  erano un luogo di

incontro di letterati e commercianti. Pranziamo al “ Tommaseo ”, uno dei caff storici d’Italia. È bello vedere l’emozione di una del gruppo, triestina di nascita, che parla dei suoi ricordi e accompagna qualcuno a fare acquisti in una delle pasticcerie più note.

Finiamo la visita con la Cattedrale di San Giusto, con il sole che ricama le ombre degli alberi sulla sua semplice facciata a capanna. Dall’alto il panorama di Trieste al tramonto è bellissimo.

Ultima tappa della giornata la risiera di San Sabba, divenuta campo di concentramento fascista e nazista. Qui la memoria torna alle Isole Solovki, viste nel viaggio precedente in Russia, si respira la stessa oppressione, l’angoscia e la disperazione di chi è passato ed ha lasciato tracce negli oggetti, nei disegni sui muri, nelle parole scritte. Regimi diversi, ma uniti dalla stessa crudeltà.

5 ottobre: Definire Aquileia stupenda è poco, è anche ben tenuta e lo spazio verde intorno ne esalta la bellezza. Città nata come avamposto romano sia per la difesa dei confini orientali che come base per la conquista delle terre danubiane, conserva resti di case, del foro, del mercato, del porto, ecc. Ma la sua fama è dovuta agli edifici religiosi cristiani. La primitiva basilica era del 314 d.C., rifatta con il campanile coevo nel 1031. Lo straordinario pavimento a mosaico risale al IV secolo ed è il più grande del mondo cristiano occidentale. Lo ammiriamo con calma, ascoltano le spiegazioni della brava Roberta (tutte le guide locali che ci hanno accompagnato nelle visite sono state molto brave), ogni figura è un capolavoro. Ed è opera di una comunità di mosaicisti, di operai, non conosciamo i loro nomi, le loro storie, tutti hanno lavorato sapendo di contribuire alla costruzione di qualcosa di grande, ognuno facendo la sua piccola parte, sperando che sarebbe durato nei secoli, per portare con la bravura

della loro arte a farci contemplare la bellezza di Dio.

Poi visitiamo il battistero posto davanti all’ ingresso della chiesa. La vasca in cui si immergevano i battezzandi ha otto lati. La perfezione, il numero 8 nella sua rappresentazione grafica è simbolo dell’infinito, dell’eternità.

L’ottavo giorno: la creazione è avvenuta in sette giorni, ma l’ottavo giorno è la rinascita dopo il battesimo, la vita nuova per l’uomo nuovo rinato, la resurrezione dopo la morte nella vita eterna donataci dal Cristo.

Nel pomeriggio visitiamo Grado, bella cittadina lagunare dalle fattezze veneziane. Città di pescatori, ha angoli deliziosi, campielli e vicoli in cui sostare, qui visitiamo le due basiliche paleocristiane, vicine l’una all’altra sulla stessa piazza, di Sant’Eufemia e Santa Maria delle Grazie, che hanno entrambe bellissimi mosaici pavimentali. Sosto in Sant’Eufemia, sola, e ascolto le prove del coro che si prepara per una solenne celebrazione domenicale. È un momento bellissimo di ascolto e preghiera.

6 ottobre, è il giorno del ritorno. Con il battello raggiungiamo il Santuario della Madonna sull’isola di Barbana, nella laguna di Grado. Assistiamo alla celebrazione della S. Messa, ed un frate francescano ci racconta la storia del

Santuario, la cui nascita, secondo la tradizione, risale al 582, quando una violenta mareggiata minacciò la città di Grado. Al termine della tempesta venne ritrovata ai piedi di un olmo un’immagine della Madonna, là trasportata dalle acque. È una giornata grigia, nebbiosa, nell’attesa del battello che ci riporterà a Grado, sosto in un angolo sulla riva da dove si può dominare il paesaggio circostante. È un tempo che invita alla malinconia, alla solitudine, ma non siamo soli, in questa nebbia che ci avvolge so che arriverà qualcuno a prenderci, che ci sar  qualcuno che ci guider  alla meta: non vedo l’orizzonte, come tante volte nella vita, ma mi posso fidare di chi guida la barca.

Nel pomeriggio ultima tappa a Palmanova. Dal giro esterno della città si nota la sua forma di stella a nove punte, le cerchie delle fortificazioni e le porte monumentali di ingresso. La città fortezza è costruita in modo stupendo, da fuori le mura non vedi l’altezza degli edifici, anche il campanile è basso. Purtroppo non riusciamo a vedere bene la piazza esagonale rinascimentale a causa della presenza di bancarelle e giostre per una sagra del paese, e anche la pioggerella non ci aiuta: pazienza. Si rientra in serata: nella mente ciò che ho imparato, negli occhi le bellezze

artistiche e naturali che ho visto, nel cuore le emozioni ed il ricordo delle persone.

Ma non è finita: a ottobre, ritrovo di nuovo i Longobardi, che tante tracce hanno lasciato in Friuli, visitando Brescia con “Il tralcio”, ma questa è un’altra storia che continua...

Bea

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