Ferrara 2017

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DISTRUZIONI, COSTRUZIONI E CURIOSITA’ … IN PILLOLE

Anche se un po’ in ritardo, “butto giù” qualche riflessione sul viaggio parrocchiale effettuato tra il 24 e il 28 aprile 2017 a Ferrara e dintorni.

La prima tappa, all’ Abbazia di Nonantola, ci fa comprendere subito il significato del termine “distruzioni” e ci riporta immediatamente al ricordo del terremoto che ha colpito la zona nel 2012. In contrasto con la bellissima facciata romanica, pur modificata varie volte nelle epoche successive, ornata di sculture e bassorilievi di pregevole fattura, la Chiesa dell’VIII secolo, cuore della vita della Diocesi di Modena e Nonantola, insieme alla Cattedrale modenese, l’interno ci appare completamente devastato, con un intrico di ponteggi, travi, transenne che ne impediscono l’uso. Agibile solo il giardino dell’ex chiostro del monastero e, fortunatamente, l’Archivio e il Tesoro, che custodiscono preziosi documenti e opere precedenti o recuperate dal disastro.

Purtroppo le conseguenze del terremoto si notano in molti altri edifici, a Ferrara e dintorni, primo fra tutti il Duomo, la cui facciata, per consentirne i restauri, è completamente ricoperta di ponteggi e teli protettivi, che purtroppo la nascondono alla vista e impediscono di ammirarne le decorazioni scultoree. Ci dobbiamo accontentare di vederne una riproduzione grafica su un pannello (e di fare un grosso sforzo di immaginazione).

Anche il rivestimento bugnato “ a punta di diamante” del Palazzo dei Diamanti risulta in alcune parti gravemente compromesso.

Nelle vicinanze del Duomo, gli edifici principali sono il Castello Estense e il Palazzo Comunale (già Ducale). Nella loro imponenza architettonica ci riportano al periodo degli Estensi, per circa tre secoli signori della città e artefici di successivi ampliamenti (“addizioni”). A partire dalla metà del 1400 e anche in seguito la città attraversa un periodo di intensa attività culturale, ospitando artisti come Leon Battista Alberti e Piero della Francesca, pittori (CosmèTura, Francesco del Cossa, Ercole de’ Roberti, che affrescheranno Palazzo Schifanoia), poeti, come Ariosto e Tasso. Successivamente, alla fine del Cinquecento, con l’abbandono della città da parte dell’ultimo Duca, inizia un declino che dura fino a metà dell’Ottocento e oltre, a cui segue una ripresa che sembra ormai consolidata (grazie anche alla fortuna dell’Università). La cerchia delle mura, più volte modificata nel corso degli anni, ormai non delimita più la città, che si protende verso l’esterno con nuovi quartieri.

Purtroppo ulteriori conseguenze del succitato terremoto si notano anche all’interno del Castello Estense, nelle cui sale, affrescate sui soffitti e sulle pareti con scene mitologiche, motivi naturalistici, elementi storici e decorazioni diverse compaiono “toppe” o strisce, chiamiamole impropriamente “cerotti”, per proteggere tutte le parti fessurate o scrostate, in fase di controllo e/o restauro (che si preannuncia ancora molto laborioso!)

Una situazione analoga si verifica nel Palazzo Schifanoia, la più famosa delle “delizie” estensi, dove i signori si rifugiavano per “schivare la noia” (donde il nome): la Sala dei Mesi riproduce scene della vita di Borso d’Este e allegorie dei mesi, più o meno integre, dovute a Francesco del Cossa, Ercole de’ Roberti e altri artisti ferraresi della seconda metà del Quattrocento , su progetto generale della decorazione ritenuto di Cosmè Tura. Veramente tutti i danni del sisma non sono quantificabili!

Dopo tante descrizioni un po’ “negative” ora parliamo di “costruzioni” (in generale, in senso largo), più o meno antiche.

Montagnana, con una cinta muraria a merlatura guelfa del secolo Quattordicesimo, intatta, lunga quasi due chilometri, su cui si ergono ventiquattro torri e si aprono quattro porte, con una struttura urbanistica a forma di rettangolo irregolare, con vie a portici e una grande piazza col Duomo, conserva il ricordo della coltivazione della canapa per uso navale nelle campagne circostanti (secolo XV).

Este, che dopo travagliate vicende nel secolo XI passa alla casata degli Este, che contribuiscono alla sua rinascita

e nel 1239 si trasferiscono a Ferrara, che sarebbe diventata la loro nuova capitale, mentre la storia della cittadina segue altre strade, ci mostra la cinta intatta del Castello Carrarese( col suo mastio), che racchiude un giardino pubblico con prati e fiori variopinti, specialmente rose, e ci riporta col pensiero tra Seicento e Settecento, quando le nobili famiglie veneziane costruivano qui le loro dimore per “stare in villa”, verso le ultime propaggini de Colli Euganei.

 

Pomposa, vicino a zone spesso paludose e successivamente bonificate per buona parte, ci offre alla vista per primo l’altissimo campanile, che domina il complesso abbaziale, ricco di affreschi nella Chiesa e nelle sale dell’antico monastero (Sala Capitolare e Refettorio), abbellito da spazi verdi ed altri edifici secondari.

Monselice ( città dei Colli Euganei), eredita il nome dal “mons silicis” romano, con riferimento all’estrazione della pietra (trachite) dal colle attorno a cui si estende il paese, con la via selciata (sempre in trachite) che sale verso il colle, incontrando i monumenti principali: Castello, Duomo vecchio, Santuario delle Sette Chiese, Villa Duodo. Interessante l’itinerario in salita delle sette chiesette, che inizia dopo l’ingresso dalla Porta dei Leoni. Si succedono sei chiesette, edificate dallo Scamozzi, ornate con capitelli e pale d’altare di Palma il Giovane, ognuna dedicata a uno dei santi delle Basiliche maggiori di Roma (tranne l’ultima, dedicata a San Pietro e Paolo) , che terminano nella

settima, la Chiesa di San Giorgio, punto di arrivo della “via sacra” ( all’interno un altare decorato con pietre dure e teche con reliquie di santi, un po’ “inquietanti”).

Nel Seicento, chi intraprendeva questo pellegrinaggio lungo la Via Sacra, otteneva l’indulgenza plenaria, come chi visitava le omonime Chiese di Roma. Da allora, e ancor oggi, il luogo è frequentato da molti pellegrini. All’arrivo, il piazzale è dominato dalla Villa Duodo, dalla cui famiglia era stato commissionato allo Scamozzi l’Oratorio.

Altra tappa: Comacchio, dove l’acqua fa da padrona. E’ una cittadina di isole, porti, canali (“piccola Venezia”), con terreni fertili recuperati in parte sotto il livello del mare (“Olanda italiana”), centro di pesca e lavorazione, nei suoi sette “lidi” sul mare Adriatico, nel parco del delta del Po , e di degustazione delle anguille. Caratteristico il Trepponti, simbolo della città. E’ il ponte più famoso, detto anche Pallotta, dal nome del Cardinale legato che lo commissionò nel 1638. Situato lungo l’antico canale navigabile Pallotta, che conduceva al mare Adriatico ed era la porta fortificata della città, presenta cinque scalinate in laterizio, culminanti in un rialzo in pietra d’ Istria; sotto un arco unico termina il canale Pallotta, che si distribuisce all’interno del centro storico a formare quattro diversi canali. Nei secoli seguenti ha subito varie modifiche (per esempio l’aggiunta di due torrette di guardia in cima alle due scalinate posteriori e di sei pilastrini alla sommità delle tre scalinate anteriori).

L’ultima (solo in ordine cronologico, non di bellezza) “costruzione” visitata è stata la Villa Badoer, a Fratta Polesine,

unica villa palladiana in territorio polesano e inserita in un contesto di paese. Si accede alla loggia esterna, con colonne ioniche, da uno scalone, a fianco del quale due barchesse laterali a semicerchio sembrano quasi due braccia aperte. Realizzata nel secolo XVI su progetto di Andrea Palladio come luogo di villeggiatura nobiliare, è decorata all’interno con scene mitologiche e allegoriche, elementi vegetali (erbe, fiori, frutti), grottesche, attribuibili a un certo Giallo Fiorentino, personaggio realmente esistito, citato dal Palladio nei suoi scritti, ma non identificabile storicamente in base agli elementi forniti (molte sono le ipotesi avanzate). Dalla loggia si gode la vista del giardino sottostante e del borgo posto di fronte.

Da qui è iniziato il rientro in città, con un po’ di dispiacere ma insieme tante belle immagini negli occhi e ricordi nella mente.

Prima però di chiudere questi appunti, vorrei riprendere la terza parte del titolo : “Curiosità … in pillole”, chiarendo quelle che intendo come tali (in ordine rigorosamente non cronologico)

 Le botteghe sul fianco destro del Duomo di Ferrara, sotto a un porticato (non certo in stile con la Cattedrale!) che mi sembrano deturpare tutto l’edificio, già abbastanza disastrato per il terremoto.

Il piccolo convento di Sant’Antonio in Polesine (qui il termine non si riferisce alla terra tra Adige e Po, ma all’antica ubicazione del sito, su un isolotto rialzato ricoperto dalle acque), nella vecchia Ferrara, ospitante, dalla fine del secolo XIII, una comunità di monache di clausura benedettine, fondata da Beatrice II d’Este, che pregano al suono della cetra in una chiesetta con tre cappelle decorate con bellissimi affreschi. Dall’urna con le spoglie della fondatrice per parecchi mesi all’anno fuoriesce un liquido, ritenuto miracoloso. Sarebbe un po’ troppo lungo raccontare i precedenti, per cui rimando all’iniziativa individuale.

 Le case di abitazione, addossate alle mura di Montagnana per lungo tratto (forse qualcuno riteneva che la cinta, senza questo “sostegno” sarebbe crollata?). Belli i variopinti colori, ma…

La Pieve di san Vito, nei dintorni di Ferrara, costruita a partire dal 1027 (come cita una lapide del secolo XVII, murata all’interno), successivamente “invertita” come orientamento (?????) : l’altare fu trasferito erroneamente da est a ovest (la fantasia umana non conosce limiti!). Oggi dalla strada si vede il retro della chiesa, riportata finalmente al suo orientamento originale nel secolo ventesimo.

 Il Museo della Civiltà Contadina , a Mirabello, fuori dal programma ufficiale, che abbiamo potuto visitare grazie alla cortesia dei proprietari, che ci hanno accolto per mostrarci le tracce di un’epoca ormai lontana, con le abitudini, le lavorazioni, gli strumenti, le suppellettili di un mondo che per gli abitanti in una città sembra quasi “preistorico”, un mondo fatto rivivere con un laborioso e preciso lavoro di raccolta e di sistemazione, che ha richiesto anni di paziente impegno. E’ bello non cancellare le antiche tradizioni!

 

Vogliamo chiudere con dolcezza “in brodo di giuggiole”, non solo in senso figurato. Ad Arquà Petrarca, delizioso borgo dei Colli Euganei (classificato come secondo “Borgo dei Borghi” nel 2017, nella classifica dei borghi più belli d’Italia) dove il Poeta passò gli ultimi quattro anni di vita, morì nel 1371 e fu sepolto, tra le vecchie casette medioevali e le viuzze del centro storico vediamo spesso cortili con alberi di giuggiole, che vengono poi raccolte e conservate in vari modi o spremute proprio nel “brodo di giuggiole” , il cui assaggio ci fa comprendere il vero significato dell’espressione.

DULCIS IN FUNDO!

Matilde Perego

Leggi la poesia di Erbi della Ruera

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