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Silvia Avallone, "Da dove la vita è perfetta", 2017

Adele e Dora sono agli antipodi l’una dall’altra: Adele ha 17 anni e, ancor prima di capire come evitare il rischio, si ritrova incinta; Dora ha 31 anni e da sette ha l’ossessione di avere un figlio. Adele vive nella periferia più degradata di Bologna, nei palazzoni popolari affollati di miseria chiamati “lombriconi” per la loro architettura a zig zag, insieme alla madre ed a una sorella più piccola; è stata compagna di scuola di Manuel (il più improbabile dei futuri padri, affascinato dal far soldi con qualunque mezzo) e di Zeno (l’unico, in tutti i “lombriconi”, a studiare ancora, con una madre invalida che rende il futuro senza speranza e persino senza desideri). Dora vive in una bella casa ed insegna lettere al Liceo, ma è nata senza una gamba ed ha tentato troppe volte la Fivet e l’Icsi, tanto da avere un rapporto difficile non solo con se stessa ma anche con Fabio, il marito. Nel romanzo, il senso di vuoto e di mancanza che vive Dora è continuamente messo in confronto con il pieno del grembo di Adele ma anche con il vuoto che la ragazzina prova sapendo che suo padre è in carcere, che la madre è sovraccarica di lavori ma fa fatica a darle da mangiare, che Manuel sembra interpretare la sua responsabilità di futuro genitore solo come desiderio di ricchezza facile e che, se terrà la bimba che aspetta, questa non potrà avere una sorte migliore della sua. Con il passare dei mesi comincia una svolta: Dora elabora finalmente il lutto per la sua infertilità e decide con il marito di fare domanda di adozione, con periodi di speranza esaltante e momenti di ansia angosciosa, quando non osa neppure sperare di riuscire ad ottenere dal Tribunale un figlio. A sua volta, Adele passa i nove mesi della gravidanza tra la gioiosa scoperta della sua bambina ed il senso di responsabilità che la riempie sempre di più, quando  valuta la propria fragilità ed il futuro che toccherà a sua figlia. La sua fortuna è quella di re-incontrare Zeno: erano alle Medie insieme ma ora lui frequenta il Liceo classico ed è bravissimo. La scuola è il suo “pieno”, che compensa la sua fragilità  e riempie la sua vita, da anni centrata sull’impegno feroce di tirar fuori dalla depressione e dalla malattia sua madre, dopo un incidente che l’ha distrutta. Zeno sta vicino ad Adele, soprattutto dopo che Manuel va in carcere, iniziando volontariamente un percorso carcerario che forse lo salverà, facendolo pentire della vita da spacciatore che ha intrapreso e che ha provocato la morte per overdose di suo padre. Fino all’ultimo momento possibile resta aperta la decisione di Adele e solo Zeno l’aiuterà a capire cosa fare, tra il dubbio di riconoscere sua figlia dopo il parto e tenerla con sé oppure se rinunciare a lei, per il suo bene e per un suo futuro migliore. Fino all’ultima pagina  resta aperto anche il dubbio di Dora di riuscire ad avere un figlio adottivo: la risoluzione di tutto questo non è solo il segno di quella che sarà la vita futura di Adele e Zeno, di Dora e Fabio ma anche l’indice della forza morale e della prevalenza dei “pieni” o dei “vuoti” nella vita di tutti.
Bianca Avanzini

Silvia Avallone, Da dove la vita è perfetta, Rizzoli, 2017

 

 

 

 

La Parrocchia, già per il fatto che il suo ambito di aggregazione è la comunità di vicinato, può diventare segno di comunione. Il territorio è il luogo in cui si rende presente la comunità dei credenti animata dallo Spirito di Gesù, radicata nella Parola e plasmata dall’Eucaristia. Essa è il luogo della pastorale quotidiana, grazie alla quale la fede può diventare accessibile a tutti e a ogni condizione di esistenza. Ciò deriva intimamente dal suo essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e della sua figlie e che vive e opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi, diventando la casa aperta a tutti e al servizio di tutti” (Giovanni Paolo II).

SINODO DIOCESANO 47°, 1995, §135-136