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Lorenzo Marone, "Domani magari resto", 2017

La protagonista ha 35 anni, è appena stata mollata dal suo ultimo compagno, lavora come ass istente da un avvocato settantenne senza peli sullo stomaco e possiede un cagnetto, trovato da cucciolo in un bidone della spazzatura, che ha battezzato Alleria. Vive a Napoli e suo padre, prima di sparire dalla circolazione, all’anagrafe l’ha chiamata Luce: e questo sarebbe un nome bellissimo se il cognome non fosse Di Notte. La storia comincia quando l’avvocato le annuncia che finalmente, dopo anni di gavetta, lei avrà una sua causa da seguire: dovrà con qualsiasi mezzo scoprire cosa fa nella vita una donna, separata per propria volontà dal marito, in modo che l’ex coniuge possa ottenere dal Tribunale l’affidamento dell’unico figlio, che attualmente vive con lei. Insomma, Luce deve spiare una donna e scoprire se la suddetta signora si comporta male ed è una madre indegna (anche  inventando le prove), in modo che il padre l’abbia vinta. Ovviamente Luce non vuole accettare, ma ha l’affitto da pagare e non naviga nell’oro, per cui prende tempo: cercherà di avvicinare la signora e di incontrare il bambino e poi valuterà il da farsi. Molto per fortuna ed un po’ per volontà propria, Luce  riesce ad avvicinare la signora (a prima vista un po’ volgare, truccatissima e molto sexy), scoprendo che ella, per il bene del figlio, è stata coraggiosa nella decisione di lasciare il marito, violento e mafioso; poco dopo Luce accetta di diventare la baby sitter occasionale del bambino e stabilisce con entrambi un rapporto bello e stretto, di stima e di amicizia. Intorno a loro, ruota una Napoli viva, rumorosa, allegra e triste nello stesso tempo. Compaiono, un po’ nei ricordi ed un po’ nella realtà, tante figure della vita di Luce, il padre scomparso; la madre, silenziosa e coraggiosa, che ha sempre lavorato duro per mantenerla e farla laureare ed ora si dedica a Don Biagio ed ai fiori per l’altare della chiesa; Genny, il “femminiello”, che vive nell’ex portineria e che dà a Luce saggi consigli e suggerimenti morali; don Vittorio, il vicino di casa in carrozzella, con il quale Luce condivide il pasto; Sasà il barista, che le conserva le brioches preferite e sa sempre tutto di tutti. La situazione si fa man mano più complicata quando ricompare, sgradito, l’ex compagno di Luce, proprio mentre entra nella sua vita, in un modo del tutto imprevisto, un giovane che, per raccogliere un po’ di soldi, fa la “statua vivente” per la strada, immobile (tranne che per lo sguardo impaurito) anche quando il cane Alleria si mette a tampinarlo, abbaiando e cercando di morderlo.  Ma poi, pian piano, sembra che le cose prendano la strada giusta ed un pranzo corale  apre forse per tutti una possibilità ed una nuova speranza per il futuro. 

Bianca Avanzini

Lorenzo Marone, Domani magari resto, FELTRINELLI, 2017

 

 

 

 

La Parrocchia, già per il fatto che il suo ambito di aggregazione è la comunità di vicinato, può diventare segno di comunione. Il territorio è il luogo in cui si rende presente la comunità dei credenti animata dallo Spirito di Gesù, radicata nella Parola e plasmata dall’Eucaristia. Essa è il luogo della pastorale quotidiana, grazie alla quale la fede può diventare accessibile a tutti e a ogni condizione di esistenza. Ciò deriva intimamente dal suo essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e della sua figlie e che vive e opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi, diventando la casa aperta a tutti e al servizio di tutti” (Giovanni Paolo II).

SINODO DIOCESANO 47°, 1995, §135-136