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la celebrazione delle Esequie

 

Il lutto e la celebrazione delle esequie:

dire "addio" nell'ultimo saluto a una persona defunta è un momento comunitario di intenso raccoglimento e di profondo coinvolgimento non solo emotivo ma anche spirituale per i famigliari, per gli amici e i conoscenti. Le situazioni presentano differenti gradi di drammaticità, di sofferenza e di prova. Nel raccoglimento della chiesa, la parola e i sobri gesti della liturgia cristiana ci accompagnano, secondo le convinzioni e la sensibilità di ognuno, ad aprirci al futuro, alla speranza che è Dio per la persona defunta, per i presenti, per tutti.

La data e l'ora della celebrazione delle esequie sono fissate dal competente Ufficio del Comune, d'intesa coi famigliari e con l'incaricato dell'impresa cui essi si sono affidati.

Il Parroco desidera incontrare fraternamente i famigliari del defunto appena possibile, prima della celebrazione delle esequie: ed è in quell'incontro che egli potrà non solo ascoltare le memorie e l'animo dei dolenti, ma anche avere qualche indicazione appropriata per personalizzare la scelta dei brani della Scrittura che saranno proclamati durante il rito.

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Quest’anno (marzo 2012) è stata presentata a Roma la nuova edizione del Rito delle esequie, dove si fa esplicito riferimento alle Esequie in caso di cremazione.

Questa prassi, particolarmente nelle città, è in crescendo, e si collega ai cambiamenti culturali profondi dei modi di vivere il lutto e il dolore. Il Rituale dice esplicitamente che “la Chiesa cattolica ha sempre preferito la sepoltura del corpo dei defunti come forma più idonea a esprimere la pietà dei fedeli verso coloro che sono passati da questo mondo al Padre, e a favorire il ricordo e la preghiera di suffragio da parte di familiari e amici. Attraverso la pratica della sepoltura nei cimiteri, la comunità cristiana – facendo memoria della morte, sepoltura e risurrezione del Signore – onora il corpo del cristiano, diventato nel Battesimo tempio dello Spirito Santo e destinato alla risurrezione”. La Chiesa prevede che di norma la celebrazione delle esequie preceda la cremazione. Viene raccomandato l’accompagnamento del feretro al luogo della cremazione. Per ragioni di natura pratica (per esempio, in caso di morte all’estero e rimpatrio dell’urna cineraria dopo la cremazione) i riti esequiali, compresa la celebrazione dell’Eucaristia, possono avere luogo soltanto a cremazione avvenuta. Non viene approvata la prassi di disperdere le ceneri in natura o di conservarle in casa: “La prassi di spargere le ceneri in natura, oppure di conservarle in luoghi diversi dal cimitero, solleva non poche domande e perplessità, perché tali scelte possono sottintendere concezioni panteistiche o naturalistiche. Si impedisce poi, in tal modo, la possibilità di esprimere con riferimento a un luogo preciso il dolore personale e comunitario, quasi estinguendo anzi tempo il ricordo dei morti”. Tutto ciò lascia tuttavia spazio a un discernimento prudenziale, tenendo presente che “considerata la mentalità contemporanea, un atteggiamento strettamente proibizionista rischia di diventare controproducente dal punto di vista pastorale. Si tratta piuttosto di comunicare, facendo tesoro di ogni occasione opportuna, il significato cristiano della morte”.

segreteria@santamariasegreta.it

Documenti allegati: 

 

 

 

 

La Parrocchia, già per il fatto che il suo ambito di aggregazione è la comunità di vicinato, può diventare segno di comunione. Il territorio è il luogo in cui si rende presente la comunità dei credenti animata dallo Spirito di Gesù, radicata nella Parola e plasmata dall’Eucaristia. Essa è il luogo della pastorale quotidiana, grazie alla quale la fede può diventare accessibile a tutti e a ogni condizione di esistenza. Ciò deriva intimamente dal suo essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e della sua figlie e che vive e opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi, diventando la casa aperta a tutti e al servizio di tutti” (Giovanni Paolo II).

SINODO DIOCESANO 47°, 1995, §135-136