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Appunti di Viaggio - Tuscia e dintorni...




Appunti di viaggio -Tuscia e dintorni
a cura di Matilde Perego

 
Ancora una volta ci siamo ritrovati per il tradizionale viaggio annuale, di carattere culturale, artistico, religioso…Nonostante la quasi totalità dei partecipanti fosse “over” (qualcuno anche molto “over”), ciò non ha impedito di impegnarci in lunghe camminate e visite approfondite, in luoghi diversi e variamente interessanti.
Il territorio dell’antica Tuscia (e dintorni) ci ha deliziato con il suo paesaggio, tra colline verdeggianti e suggestivi boschetti, tra vigneti ancora in via di maturazione e campi di olivi verde pallido, tra sontuosi giardini e incantevoli panorami.
Troppo complesse, a volte, le vicende storiche; meglio quindi procedere per tematiche, prendendo a riferimento alcune parole: paesi e borghi, palazzi e ville, chiese e giardini…
I paesi da evidenziare, per lo più in zone collinari, Civitella Val di Chiana, Vitorchiano, Montefiascone, Bomarzo, presentano tutti un borgo più antico, con stradine in salita e/o discesa, affiancate da case che spesso ci rimandano ad epoche passate o a dominazioni diverse, succedutesi nei secoli.
Civitella, occupata nel tempo da varie popolazioni (Romani, Longobardi, Aretini, Senesi…)mantiene vivo il ricordo dell’ “eccidio” del 29 giugno 1944, quando, in seguito all’uccisione di tre tedeschi ad opera di partigiani, per rappresaglia ci fu una strage di abitanti e l’incendio di molte case (dopo le distruzioni della Seconda guerra mondiale).
Vitorchiano, già abitata nell’età del bronzo, posta su una rupe costruita con enormi massi di peperino, con ripidi pendii a strapiombo su due fossi confluenti in un rio (panorama mozzafiato!), da circa dieci secoli, quando, dopo alterne vicende, fece atto di sottomissione a Roma, mantiene il privilegio di incidere sul suo stemma la sigla SPQR (spesso visibile) e di fregiarsi della Lupa Capitolina. In più, dal 1267, ha l’onore di fornire le Guardie del Campidoglio (denominate “Fedeli di Vitorchiano”), visibili anche oggi nelle manifestazioni ufficiali del Comune di Roma, vestite con i costumi disegnati, secondo la tradizione, da Michelangelo, e incaricate di suonare le particolari trombe romane, dette tradizionalmente “le clarine di Vitorchiano. Per retribuire queste guardie, Roma fornisce un appannaggio annuale, tratto dalle imposte comunali.
Montefiascone, dopo alcune tracce più antiche (es. di Etruschi ed altri), ci proietta direttamente al periodo romano, quando, nel secondo secolo a. C., si costruì un efficiente sistema viario (es. Via Cassia) ; poi al Medio Evo ed oltre (secolo XIII: uno dei più importanti centri della Chiesa), fino al declino post-rinascimentale.
Per non parlare del fin troppo noto vino Est Est Est, a titolo di curiosità è meglio soffermarsi sul nome del paese. Lo stemma non ufficiale (ma molto usato!) è “un monte – I parte – all’italiana di sei cime di verde, sostenente un barilotto – II parte – vocabolo più elegante di “fiascone”. Papa Martino IV,  (secolo XIII) per lungo tempo qui residente, è passato alla storia più per l’appetito (era ghiottissimo di anguille, provenienti dal vicino lago di Bolsena)  che per l’impegno pastorale. Poiché nel Medio Evo le anguille, per la forma a serpente, erano considerate simbolo del peccato originale e ghiottoneria proibita, il suddetto è collocato da Dante tra i Golosi  (Purgatorio – Canto XXIV): peccatore sì, ma non al punto di meritare l’Inferno!
Bomarzo, anticamente parte dello Stato Pontificio, forse oggi deve la sua fama, più che al borgo collinare e al cinquecentesco Palazzo Orsini, al vicino Bosco Sacro, più noto come Parco dei Mostri.
Circa il suo significato, sono state avanzate varie ipotesi. Secondo alcuni, sembrerebbe rappresentare allegoricamente il cammino dell’uomo verso la purificazione, attraverso la lotta e la vittoria contro le tentazioni, rappresentate dalle varie figure gigantesche, scolpite nel basalto, facilmente reperibile nelle vicinanze. Altri pensano che lo scopo del committente, Pier Francesco Orsini, detto Vicino, nel dedicare il tutto alla moglie Giulia Farnese volesse solo stupire e confondere, o, più semplicemente, creare un luogo per il proprio e altrui piacere. Le numerose iscrizioni, più o meno leggibili, sembrerebbero adattarsi a tutte le diverse interpretazioni, senza escluderne nessuna.
Tra figure mitologiche (Ercole e Caco, Proteo, Pegaso, Venere…), animali giganteschi (Tartaruga e Balena, Elefante, Drago, Mostro), enormi oggetti (vasi, pigne, colonne) ed edifici, tutti stupefacenti, spicca la Casa pendente, costruita appositamente come tale, per annullare le regole prospettiche ed estetiche del modo classico e disorientare il visitatore.
Il successivo punto di riferimento ci rimanda a palazzi, ville e giardini.
A Caprarola emerge scenograficamente, su una  preesistente rocca in posizione elevata, eretta da Antonio da Sangallo, il Palazzo Farnese, realizzato dal Vignola verso la metà del Cinquecento. Concepito originariamente come fortezza di difesa (v. pianta pentagonale e altre strutture difensive), fu poi trasformato, per volere del Cardinale Alessandro il Giovane, in palazzo di stile rinascimentale, da adibire a dimora estiva per sé e la sua corte, quindi modificato e abbellito all’interno per il nuovo uso.  I particolari notevoli sono moltissimi: le doppie rampe esterne della scalinata d’accesso; l’imponente facciata; il cortile circolare con portici e loggia; la scala elicoidale, sorretta da colonne e con gradini bassi, per consentire l’accesso dei cavalli al superiore piano nobile. Qui si ha il trionfo del meraviglioso nelle numerose sale, affrescate sulle pareti e nei soffitti con soggetti storici, mitologici, naturalistici e allegorici, che esaltano le glorie della famiglia Farnese. Notevole, tra molte, la Sala del Mappamondo, rappresentante sulle pareti le diverse parti del mondo allora conosciuto (quattro continenti) e un planisfero, e sul soffitto i segni dello Zodiaco. Testimonianza di un interesse e una buona conoscenza della geografia!  Completa l’insieme un bellissimo esempio di giardino tardo- rinascimentale, con terrazzamenti alle spalle della villa e collegati ad essa con ponti.
Le palazzine della Villa Lante, a Bagnaia, costruite su incarico di diversi committenti ad alcuni anni di distanza, entrambe simili nella struttura e decorate, passano un po’ in secondo piano rispetto al parco, che nel 2011 è stato votato come “parco più bello d’Italia”. A ragione! E’ uno dei più famosi giardini italiani manieristici del XVI secolo, sulla cui origine e progettazione si hanno solo notizie scarse ed incerte. Il percorso di visita si snoda su terrazze a vari livelli, partendo dal piano inferiore, decorato con siepi di bosso disposte geometricamente e vasche d’acqua, incontrando artistiche fontane, fresche cascatelle, curiosi giochi d’acqua, piccole grotte “decorate” dalle naturali infiltrazioni. E’ un’oasi di pace e di verde, che invita al riposo.
Tra i giardini “contemporanei” dobbiamo almeno accennare al giardino Moutan, con le sue peonie multicolori (alcune purtroppo ormai sfiorite), che ci ha ospitato per un pranzetto in una calda giornata di sole.
Lo stesso sole ci ha permesso di gustare la vista delle due chiese di Tuscania, San Pietro e Santa Maria Maggiore. La prima, con un bel rosone e un pavimento in stile cosmatesco, presenta alcuni elementi architettonici ornamentali all’esterno (v. loggiato) e scultorei decorativi. Interessante la cripta, con ventotto colonne, quasi tutte provenienti da edifici romani o alto-medioevali. Dal piazzale antistante, si gode un panorama sulle vallate e le colline circostanti. La seconda, con tre portali ben decorati sulla facciata, colonne che li incorniciano, figure di Apostoli, Evangelisti, animali simbolici, un rosone, presenta all’interno, tra l’altro, un affresco, nell’arco dell’abside, raffigurante un Giudizio Universale.
Purtroppo entrambe le chiese, suggestive nell’insieme, risentono di frequenti “abbandoni” e delle ingiurie del tempo, che ne ha in parte compromesso gli elementi decorativi.
A questo punto occorre citare la prima e ultima tappa del nostro viaggio, Viterbo, il capoluogo storico dell’alto Lazio, l’antica Tuscia romana.
Situata lungo la già citata Via Cassia, alle falde dei Monti Cimini, conserva le antiche mura merlate, con varie porte d’accesso. Il nucleo più antico, sopraelevato, domina la città “nuova”, sviluppatasi nel periodo fascista e dopo i bombardamenti della II Guerra Mondiale in modo talvolta discutibile dal punto di vista urbanistico e architettonico.
La parte più antica, di impianto e atmosfera medievale, presenta strade a volte in pendenza, con pavimentazione in pietra e vecchie abitazioni, che ci riportano indietro nel tempo. La zona più significativa comprende la piazza della Cattedrale e il Palazzo dei Papi. A quest’ultimo, costruito verso la metà del XIII secolo, si accede con una scalinata aperta da bifore al primo piano e fiancheggiata da una loggia con colonnine, da cui si gode un panorama della città. Il luogo è noto come dimora di molti pontefici (dal 1257, per un certo periodo)e ancora di più come sede di vari conclavi. Il più famoso è quello da cui uscì papa Tedaldo Visconti, che assunse il nome di Gregorio X. I precedenti storici (qui importanti): alla morte di Clemente IV, nel 1268, seguirono quasi tre anni di contrasti tra cardinali  francesi e italiani, finchè il capitano del popolo Raniero Gatti, a nome e per conto dei Viterbesi esasperati, rinchiuse “cum clave” i porporati nel palazzo e ne fece scoperchiare il tetto, per facilitare la discesa dello Spirito santo, che illuminasse le menti e affrettasse la nomina del nuovo Papa. Furono delegati sei membri per la “tractatio”; così il 1° settembre 1271 si arrivò ad un’elezione di compromesso, di Tedaldo Visconti, estraneo al Conclave e avente solo gli Ordini Minori (quindi neppure sacerdote), ma retto di temperamento, puro d’intenti e soprattutto dotato di una lunga esperienza politico-diplomatica (maturata con vari incarichi precedenti). Da San Giovanni d’Acri, dove si trovava, egli rientrò in Italia, dove poi si insediò, ponendo finalmente fine a un periodo tormentato per la Chiesa.
Dopo questo excursus storico, ricordiamo brevemente altri luoghi e attrattive del nostro itinerario: alcuni palazzi nobiliari antichi, ora sede di organi istituzionali; le numerose fontane, sparse qua e là, testimonianze di notevoli risorse idriche nel territorio; la breve passeggiata nella Viterbo sotterranea, forse preludio a nuove e più interessanti scoperte; la visita al Santuario viterbese della Madonna della Quercia (il cui nome richiama eventi miracolosi precedenti), con il suo splendente soffitto a cassettoni ricoperti in foglia d’oro e il bel chiostro (il complesso è attualmente in restauro, quindi poco apprezzabile nelle sue ricchezze); la curiosa doppia Chiesa di san Flaviano a Montefiascone, costituita da due Chiese sovrapposte, una delle quali contiene la salma del Vescovo tedesco Defuk, primo “apprezzatore“ del vino Est Est Est.
Da ultimo, non possiamo trascurare il piccolo Museo della “Macchina di Santa Rosa”, che con modellini, foto, documenti, oggetti vari ci rammenta la religiosa e folkloristica cerimonia annuale del 3 settembre in onore della Santa Patrona di Viterbo, la cui “macchina” (struttura alta quasi 30 metri e pesante oltre 50 quintali) viene trasportata da oltre cento facchini per le vie, a volte strettissime, della città (non senza alcuni rischi e incidenti), tra  l’entusiasmo della numerosa folla.
Con questa citazione e negli occhi le immagini dei laghi di Vico e di Bolsena, circondati da zone panoramiche, riprendiamo la via del ritorno, dandoci  appuntamento a…? per l’anno prossimo. 
 

 

 

 

 

La Parrocchia, già per il fatto che il suo ambito di aggregazione è la comunità di vicinato, può diventare segno di comunione. Il territorio è il luogo in cui si rende presente la comunità dei credenti animata dallo Spirito di Gesù, radicata nella Parola e plasmata dall’Eucaristia. Essa è il luogo della pastorale quotidiana, grazie alla quale la fede può diventare accessibile a tutti e a ogni condizione di esistenza. Ciò deriva intimamente dal suo essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e della sua figlie e che vive e opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi, diventando la casa aperta a tutti e al servizio di tutti” (Giovanni Paolo II).

SINODO DIOCESANO 47°, 1995, §135-136